Troppo insoddisfatto della mia vita, del mio lavoro, che non sentivo di avere uno scopo preciso, che seguivo “quello che facevano gli altri”, seguivo le masse, i loro comportamenti, mi conformavo, e non ero felice.

Una relazione finita, un lavoro che non mi piaceva, e un sogno nel cassetto. Sapevo che un esperienza all’estero sarebbe stata molto formativa per il mio curriculum, ma non pensavo fosse cosi tanto formativa per la mia vita. “Sai che c’è, male che vada vado per imparare l’inglese, male che vada posso sempre tornare anche dopo un mese o dopo due mesi”, dicevo tra me e me, ma non credevo assolutamente che una volta là, non sarei più voluto tornare.

Ero incerto, tante paure, cosa faccio lascio il lavoro? Un contratto indeterminato? Ho quasi trent’anni, non dovrei sistemarmi? Si ma quel sogno nel cassetto lo vuoi lasciare li a impolverarsi? Ero molto combattuto, come Robinson Crusoe, quando prima di partire non sapeva se dar retta a suo padre, il quale gli intimava che se ne sarebbe poi tristemente pentito di lasciare tutti i confort di casa, ma nonostante questo, nonostante la consapevolezza di rischiare e di potersene pentire, Robinson decise di partire, perché era più forte di lui, sentiva che doveva farlo.

Ma il dilemma era grosso, nel romanzo viene descritto bene questo dilemma, ed era pesante anche in me. Partire o non partire. Alla fine però feci la stessa scelta di Robinson, quella più irrazionale, ma in questi casi non si può ragionare troppo, altrimenti si finisce per bloccarsi e per non scegliere, bisogna agire di pancia, fare quello che ci si sente dentro, bisogna buttarsi. E fu proprio un lancio nel vuoto quello che feci, lasciai tutto e comprai un biglietto di sola andata, non avevo nemmeno troppi risparmi ma avevo una carica pazzesca, quella carica che ti viene quando realizzi che stai per fare quello che realmente vuoi fare, quello che avevi sempre sognato, quello che hai scelto di fare, per fare felice te stesso, e non per accontentare le aspettative altrui.

Ero seduto, ormai, con le cinture allacciate, per il volo Roma – Bangkok, dove avrei fatto scalo, per poi proseguire con il volo Bangkok – Perth, Western Australia. Nel momento esatto in cui il pilota iniziò il classico discorso, nella mia mente pensai: “ma che cazzo sto facendo!!!!!”, non sapevo veramente come sarebbe potuta andare, cosa avrei potuto fare una volta atterrato la, avevo solo prenotato un ostello per due settimane e stampato una cinquantina di curriculum in un inglese che aveva molto da desiderare.

Non sapevo assolutamente parlare inglese se non dire “I’m fine thanks”, che quando lo dissi alla prima persona che incontrai si mise a ridere. I’m fine thanks, che lo dicono solo quei tipi nei libri di scuola. Ma immediatamente mi dissi ok, non ci devo pensare, quello che succederà succederà, così l’aereo decollò.

Arrivato in Australia poi, alla fine dei conti, ora che ci penso, fu tutto un po’ più facile del previsto. Mi diedi tanto da fare, perché sai, arrivi la che sei solo, nessuno ti da una lira, nessuno si preoccupa di te, ma è li che capisci quanto sei forte, è li che vai in modalità sopravvivenza, ed è anche questa una parte importante di questo viaggio che mi ha fatto credere ancora di più in me stesso.

Camminai tantissimo perché non avevo una macchina ovviamente, e non volevo spendere troppo nei mezzi pubblici o nei taxi, inoltre li le distanze sono un’altra cosa rispetto all’Europa, è tutto amplificato, le vie, le strade, le case, i parchi. Cosi facevo circa venti trenta chilometri al giorno per lasciare curriculum in tutte le pizzeria della città. Non avevo tutta questa esperienza, ma era in quel settore che sapevo di poter puntare, inizio stagione, italiano, se sei italiano per forza sai fare la pizza.

Per fortuna mi chiamarono in diversi a fare qualche prova, ci provai, feci anche cadere qualche pizza, in alcuni casi, feci delle vere e proprie figure di merda, ma alla fine per fortuna un ristorante mi assunse, si chiamava Sandrino, nel centro di Fremantle, una cittadina portuale bellissima, della quale mi innamorai e che mi manca tanto.

Così dopo due settimane già lavoravo, vivevo in ostello, avevo tanti amici, visitavo la città nel tempo libero, non spiccicavo una parola di inglese, ma che dire, stavo da dio, ero felicissimo, mi sentivo proprio bene, contentissimo di essermi buttato in quel vuoto che faceva tanto paura.

E se proprio volete un consiglio, se ve lo sentite veramente, se ve lo dice la vostra pancia, buttatevi e inseguite quel sogno!

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