Ho scoperto il concetto di viaggiare zaino in spalla durante il mio viaggio in Australia nel 2018 quando ancora mi spostavo con valigioni e trolley. Vedevo nella terra dei canguri tantissimi cosiddetti Backpackers, caricarsi sulle spalle questi zainoni fighissimi, stracolmi quasi da scoppiare, che esprimevano un grande senso di avventura e solo a vederli, mettevano in moto il mio cervello, che si immaginava storie super fighissime.

Decisi così che avrei anche io viaggiato in quella maniera il prima possibile, e cominciò così la mia metamorfosi, da turista a viaggiatore zaino in spalla. Mi procurai uno zaino da 65l, il più economico che c’era, ed un secondo zaino da circa 30l, da indossare “al contrario” in modo che, lo zainone grande stava sul retro e quello piccolo sul fronte.

Dopo aver testato questo set-up in qualche breve viaggio in Asia, decido che è ora di allungare un po’ i tempi delle mie gite, e affascinato da sempre dalla cultura latina e dal suono emesso al pronunciare le parole SUD AMERICA, decido che questa sarà la terra della mia prossima avventura.

Parto con un volo di sola andata e decido di approdare a Montevideo, in Uruguay, dove ad accogliermi c’è un caro cugino di mio nonno. Suo padre era emigrato nei lontani anni 50 e trovando all’epoca una città fiorente e ricca di offerte lavorative decide di stabilirsi e mette alla luce Gerardo, che ha tra l’altro lo stesso nome di mio nonno.

Gherardo alla pronuncia, mi mostra un Uruguay che è sconosciuto al turismo di massa ma che ha tanto da offrire, e tanto da offrire hanno i suoi cittadini, accoglienti, super amichevoli, con tanta allegria, una attitudine alla vita da far invidia, tanta grinta e resilienza, che Lele Adani ci ha ben spiegato con la Charra Garrua.

Lasciato l’Uruguay mi dirigo in Argentina, attraversando il Rio de la Plata giungo a Buenos Aires. Una città talmente coinvolgente che, al posto di rimanervi solo 4 giorni come mi ero prefissato, lascio dopo ben 10 giorni. Caotica, pericolosa, divertente, il tango, il boca, gli scippi, le belle ragazze, la carne argentina, poi ho dovuto dire basta, sarei rimasto volentieri ma il viaggio doveva proseguire.

Mi dirigo verso la Patagonia, meta ambita da tutti i viaggiatori, la voglio raggiungere via terra perché prendere l’aereo sarebbe troppo facile, così mi sparo tante, ma dico tante ore in bus, ma ne è valsa la pena, sentire le distanze nel profondo ti fa capire quanto immenso è il mondo.

Qua la natura è spettacolare, trekking stupendi che ti fanno letteralmente rinascere, fino ad arrivare ad Ushuaia, la città più a sud del mondo, very cool, a portata d’uomo, da qua partono anche le crociere per l’Antartide, ma onestamente non posso permettermele, troppo costose, quindi decido di ripartire, verso nord.

Decido di rientrare dalla Patagonia in aereo questa volta, e senza non poche difficoltà raggiungo Santiago de Cile per una breve sosta prima di prendere il pullman e attraversare le Ande in alcune delle strade più belle e scenografiche che potessi fare. Rientro in Argentina, a Mendoza per assaggiare qualche vino, che dicono sia buonissimo.

Da Mendoza poi salgo verso Salta, il nord dell’Argentina è quella parte del paese che in pochi conoscono, ma che in realtà è la mia preferita. Percorriamo strade sterrate con guadi, che quasi ci impantaniamo, Lama che attraversano continuamente la strada, ed è più il tempo in cui siamo fermi a fotografarli che quello in cui guidiamo, poi i primi contatti con le popolazioni native delle Ande, mastichiamo le foglie di coca per la prima volta, assaggiamo i cibi più strani, come le humitas, pasta di mais avvolta in foglie di mais.

Qui sono con degli amici. A dir la verità è stato poco il tempo in cui ho viaggiato solo perché ho sempre incontrato altri viaggiatori, che come me erano all’avventura, e spesso abbiamo viaggiato assieme. Questo è un altro lato che amo del viaggiare in solitaria, in quanto, incredibilmente parti solo ma durante il viaggio incontri tante bellissime anime, che arrivano da tutte le parti del mondo, con le quali condividi la tua esperienza e leghi fortemente.

Raggiunto il nord dell’Argentina attraversiamo il confine ed entriamo in Bolivia, qua lo shock culturale è abbastanza forte, si nota subito il grado di povertà, dalle case grezze senza intonaco, dai venditori ambulanti per strada, dai tuk tuk, che come in Asia cercano disperatamente passeggeri da trasportare. Però che figata, avevo sognato di vedere questi luoghi da tanto tempo.

La Bolivia è un paese pazzesco, dalla cultura, fortemente legata alle tradizioni delle popolazioni native delle Ande, alla natura, incontaminata da far quasi paura, il salar di Uyuni un luogo surreale, i mercati caotici, sporchi, dove l’igiene stessa ha paura di entrarci, le città che sembrano metropoli favela, come ad esempio La Paz, una distesa di case in mattoni che invadono con prepotenza tutta la vallata.

Dopo la Bolivia è il momento di passare al Perù, ricco di storia e luoghi affascinanti, Machu Picchu, il sogno di una vita che si realizza, qui mi sono emozionato, quasi mi scendevano le lacrime, inizialmente non avevo in testa di fare tutta questa strada, però qualcosa mi aveva spinto ad arrivare fino a qua, ed ero felice. Dopo circa dieci giorni a Cusco, un po’ la stanchezza si fa sentire, i ritmi sono calati, ma la voglia di esplorare è ancora tanta.

Quindi poi, Lago Titicaca, Puno, Ica, Nazca, poi arrivo a Lima, dove mi innamoro del Ceviche, il piatto tradizionale peruviano. Devo dire che a Lima si mangia molto bene e in particolare nel quartiere in cui ho alloggiato si viveva molto bene, e devo dire che le ragazze peruviane mi hanno sorpreso per la loro bellezza. Si, ammetto che un pensierino a rimanerci a Lima ce l’ho fatto.

Ma il viaggio deve continuare e allora si prosegue, alla volta della Colombia. Atterro a Medellin, con non poca paura per le storie stereotipate che si sentono, ma scopro che in realtà è una città molto cambiata, come tutta la Colombia d’altronde, sicura e sempre in festa, tanto che la stanchezza scompare.

A Medellin faccio tante altre amicizie e insieme ci spostiamo sulla costa, precisamente a Cartagena, una città super colorata e piena di vita come tutta la zona cosiddetta “costegna”, e a dir la verità come tutta la Colombia. Trascorro la penultima settimana a Palomino tra fincas di caffè, indigeni, mare, pigna colada, e reggeton, che non so ballare, fino ad arrivare a Bogotà, dove prendo il mio aereo per rientrare in Italia.

Il Sud America mi ha lasciato tanto e porterò sempre con me un ricordo indelebile di questo viaggio, ricorderò sempre quelle persone che nonostante vivono in condizioni che noi in Italia manco ci immaginiamo, si alzano sempre con il sorriso, e affrontano la vita con allegria nonostante non sia facile, ricorderò le notti scomode passate in bus, le giornate in cui andava tutto storto, gli amici che sono stati come una famiglia, le feste, la musica latina che si poteva ascoltare uscire dalle finestre di qualsiasi abitazione, i deserti, i ghiacciai, i lama, gli indigeni, che ancora oggi mi mandano messaggi su whatsapp.

Rientro dopo quattro mesi con tristezza perché lascio questo continente incredibile, ma anche perché finisce questo stile di vita, che seppur estenuante, è fatto di continue scoperte, nuove conoscenze, e di crescita costante. Questo modo di viaggiare mi fa sentire vivo al cento per cento, mi fa vivere intensamente. Inoltre il viaggiare zaino in spalla mi fa sentire leggero, e mi ha insegnato una grandissima lezione di vita:

quando viaggio zaino in spalla devo stare attento a qualsiasi cosa decido di portarmi dietro, devo selezionare bene cosa portare con me e cosa lasciare alle mie spalle, devo caricarmi solo l’essenziale, non posso portarmi con me cose superflue, altrimenti farei soltanto fatica inutile per via del peso dello zaino.

Questo concetto che ho appreso è stato importantissimo perché poi l’ho applicato anche sulla vita, e ora vivo molto meglio, molto più leggero, ho imparato a lasciare alle mie spalle pesi inutili, e a farmi carico solo di quello di cui ho veramente bisogno e questo mi rende più felice.

Quindi, mai più valigioni pesanti!

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